SISTEMA FINANZIARIO

Banca d’Italia

La Banca d’Italia è la banca centrale dello Stato italiano, e fa parte dal 1998 del sistema europeo delle banche centrali. È un istituto di diritto pubblico come espressamente stabilito dalla legge bancaria del 1936 e da una sentenza della Corte suprema di Cassazione che ha ribadito che la Banca d’Italia “non è una società per azioni di diritto privato, bensì un istituto di diritto pubblico secondo l’espressa indicazione dell’articolo 20 del R.D. del 12 marzo 1936 n. 375”. La proprietà può quindi essere condivisa con soggetti privati, mentre la gestione ha un ruolo pubblicistico, come compiti e poteri.
La stessa, pertanto, segue regole di funzionamento differenti dando ai soci un numero di voti non proporzionale alle azioni possedute. L’elenco dettagliato dei soci si trova sul sito web della Banca d’Italia. Si può osservare inoltre come il numero di voti non sia legato al capitale detenuto, per evitare sia eccessive frammentazioni sia concentrazioni nell’espressione del diritto di voto. Come ente, la Banca Centrale persegue fini di pubblica utilità e mantiene il rapporto di sovraordinazione funzionale che rende le decisioni totalmente vincolanti per le banche del sistema italiano, e dà la certezza che le attività di vigilanza e la regolazione dell’offerta di base monetaria avvengano nel rispetto dell’interesse economico nazionale, che può essere ben differente dalla pluralità dei singoli soci proprietari.
Questo status giuridico esclude l’eventuale fallimento della Banca d’Italia e fino al 2015 nei casi di crisi vi era anche l’impossibilità del fallimento delle banche private, il che permetteva di dare garanzia di stabilità dell’intero sistema bancario italiano. Per consentire l’indipendenza della Banca d’Italia dal potere politico è stato concordato che le azioni vengano detenute solo da banche, assicurazioni ed enti pubblici economici, anche se in questa situazione viene a crearsi un’anomalia che può generare conflitti di interesse controllato-controllore visto che tra i soci ci sono anche le banche sul cui operato la Banca d’Italia è chiamata dalla legge a vigilare.
La sede centrale della Banca d’Italia è a Roma, con sedi secondarie e succursali in tutta Italia.

CONSOB

La Commissione Nazionale per le Società e la Borsa (CONSOB) è un’autorità amministrativa indipendente, dotata di personalità giuridica e piena autonomia creata con la legge n. 216/74, la cui attività è dedicata alla tutela degli investitori, all’efficienza, alla trasparenza e allo sviluppo del mercato mobiliare italiano.
Prima della sua istituzione il Ministero del Tesoro, organo facente parte del potere esecutivo, aveva le funzioni di vigilanza sul mercato della Borsa mobiliare in genere. Attualmente la sede della CONSOB è a Roma e la sede secondaria operativa a Milano.
Le funzioni della CONSOB mirano a preservare e garantire la tutela del risparmio, attraverso il controllo e vigilanza sui prodotti finanziari, sugli intermediari e sui mercati per mezzo del decreto legislativo n. 58/98 che le conferisce poteri di regolamentazione, autorizzazione, controllo e vigilanza, nonché poteri sanzionatori.
La Commissione è composta da un presidente (attualmente Giuseppe Vegas), e da quattro commissari, nominati dal presidente della Repubblica, su proposta del presidente del Consiglio, previa delibera del Consiglio dei Ministri.

Banca Centrale Europea

La BCE (Banca Centrale Europea) è un istituto dell’UE che si colloca al centro dell’Eurosistema e del Meccanismo di vigilanza unico.
Il suo primario scopo, in stretto rapporto con le banche centrali nazionali, è garantire il mantenimento della stabilità dei prezzi, ossia salvaguardare il valore dell’euro come moneta unica. Nell’ambito del Meccanismo di vigilanza unico, la BCE svolge la funzione di vigilanza prudenziale sugli istituti creditizi appartenenti all’area dell’euro e negli Stati membri partecipanti non appartenenti all’area, e contribuisce in tal modo alla sicurezza e alla solidità del sistema bancario e finanziario nell’UE e in ogni Stato membro partecipante.
Istituita il 1º giugno 1998 in base al trattato sull’Unione europea e allo “statuto del sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea”, di fatto è operativa dal 1º gennaio 1999, alla fine del trasferimento di tutte le funzioni di politica monetaria e di tasso di cambio delle undici banche centrali nazionali.
Dalla data sono stati decisi irrevocabilmente i tassi di conversione delle singole monete nazionali rispetto all’euro e la BCE ha così avuto piena responsabilità della conduzione della politica monetaria per l’area euro, che è dopo gli USA la seconda maggiore economia al mondo.
Successivamente hanno aderito la Grecia nel 2001, la Slovenia nel 2007, Cipro e Malta nel 2008, la Slovacchia nel 2009, l’Estonia nel 2011, la Lettonia nel 2014 e la Lituania nel 2015. La creazione dell’area euro e della BCE ha dato inizio al complesso percorso dell’integrazione europea.
Per aderire all’area dell’euro, tutti questi Paesi hanno dovuto soddisfare dei criteri di convergenza verso ideali comuni che verranno fatti propri anche dagli altri Stati che adotteranno la moneta unica.

EBA

L’Autorità Bancaria Europea (EBA) ha il compito di vigilare sul settore bancario a livello internazionale con sede a Londra. L’EBA ha di fatto sostituito il Committee of European Banking Supervisors, istituito nel 2001 per adeguare la vigilanza finanziaria a quelle che sarebbero state le realtà a seguito della creazione dell’euro.
L’Autorità Bancaria Europea, creata nel 2011 a seguito della crisi finanziaria del 2007, in unione con la European Securities and Markets Authority (ESMA) e con la European Insurance and Occupational Pensions Authority (EIOPA), ha permesso di costituire anche un successivo sistema europeo di vigilanza finanziaria, l’European System of Financial Supervisors (ESFS), con sede a Francoforte.
L’EBA è composta al suo interno da differenti organi:
– un consiglio delle autorità di vigilanza che è anche organo decisionale;
– un consiglio di amministrazione che ha compiti di supporto, con compiti di programmazione dei lavori e di adozione del bilancio;
– un presidente che prepara i lavori del consiglio e ne presiede le riunioni;
– un direttore esecutivo che ha la responsabilità inerente all’esecuzione del programma di lavoro annuale.

Comitato di Basilea

Il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria, è un organo consultivo a livello internazionale, che ha preso vita nel 1974 dalle banche centrali dei Paesi del G10 e che ha come obiettivo quello di definire una normativa comunitaria e omogenea della vigilanza bancaria, per assicurare sempre maggiore stabilità al sistema finanziario con un accordo sui requisiti minimi di capitale e patrimonio delle banche, firmato a Basilea nel 2004. In base a tale accordo, tutte le banche dei Paesi che hanno aderito devono accantonare in bilancio quote di capitale bloccate proporzionate al rischio assunto, che deve essere valutato attraverso lo strumento del rating. Il Comitato di Basilea non ha potere legislativo, ma formula proposte che dovranno essere recepite prontamente nei singoli ordinamenti nazionali.
L’intendimento comunitario sostiene la considerazione che vengano recepite dal maggior numero di Banche Centrali per rendere omogenea tale normativa nel sistema finanziario economico europeo.
A partire dal 1988, con il primo accordo sui requisiti patrimoniali minimi delle banche, per limitare la condotta molto “aggressiva” di alcune realtà bancarie, libere di agire in contesti normativi poco regolamentati, man mano il processo di revisione ha preso il via fino alla definizione di un primo documento di consultazione.
L’accordo è entrato in vigore nel gennaio 2007 ed è strutturato in tre “pilastri”.

1. I requisiti patrimoniali
Vengono ridefiniti i criteri di calcolo dei requisiti patrimoniali minimi, cambiando la regola che il capitale fosse almeno l’8% dei crediti alla clientela rendendola più sensibile al rischio dei prestiti, consentendo l’utilizzo di giudizi di merito creditizio (“rating”) assegnati dalle Direzioni Crediti Banca, considerando in aggiunta anche il c.d. “rischio operativo”. Con la collaborazione degli operatori di settore, il Comitato di Basilea ha individuato i principali fattori di rischio operativo:
frode interna. Esempi: alterazione fatta di proposito di dati, sottrazione di beni e valori, operazioni in proprio basate su informazioni riservate venute a conoscenza per il ruolo ricoperto;
frode esterna. Esempi: furto, contraffazione, falsificazione, emissione di assegni a vuoto, pirateria informatica;
rapporto di impiego e sicurezza sul posto di lavoro. Esempi: risarcimenti richiesti da dipendenti, violazione delle norme a tutela della salute e sicurezza del personale, attività sindacale, pratiche discriminatorie, responsabilità civile, mobbing;
pratiche connesse con la clientela, i prodotti e l’attività. Esempi: violazione del rapporto fiduciario, abuso di informazioni confidenziali, transazioni indebite effettuate per conto della banca, riciclaggio di denaro di provenienza illecita, vendita di prodotti non autorizzati vendita di prodotti bancari con difetto nel calcolo della remunerazione o nelle rate di rimborso di prestito;
danni a beni materiali. Esempi: atti di terrorismo e vandalismo, terremoti, incendi, inondazioni;
disfunzioni e avarie di natura tecnica. Esempi: anomalie di infrastrutture e applicazioni informatiche, problemi di telecomunicazione, interruzioni nell’erogazione di utenze;
conformità esecutiva e procedurale. Esempi: errata immissione di dati, gestione inadeguata delle garanzie, documentazione legale incompleta, indebito accesso consentito ai conti di clienti, inadempimenti di controparti non clienti, controversie legali con fornitori, errori nella digitazione di attività di riconciliazione.

2. Controllo delle autorità di vigilanza
Dovranno nel futuro, con accresciuti poteri di controllo, verificare anche l’applicazione, da parte degli istituti di credito, di politiche interne e procedure di governo dei rischi.

3. Disciplina di mercato e trasparenza
Maggiore obbligo per gli istituti di credito a fornire maggiori informazioni al mercato, affinché il pubblico degli investitori possa verificare in maniera chiara e trasparente le condizioni di rischio e di patrimonializzazione delle singole banche. A seguito anche della crisi finanziaria che ha colpito importanti istituti di credito, una nuova versione dell’accordo è stata emanata con il nome di Basilea 3. Il 12 settembre 2010 i governatori e i capi delle Autorità di vigilanza del G20 hanno approvato le nuove proposte, che sono state sottoposte ai capi di Stato e di Governo nel mese di novembre 2010 a Seul.
Le nuove regole sono state oggetto di un’ampia consultazione con le banche. Per l’adeguamento ai nuovi standard è previsto un ampio periodo di transizione, durante il quale le nuove regole saranno introdotte con tutta la gradualità necessaria ad evitare un rallentamento dell’attività bancaria e della ripresa produttiva.
La piena attuazione della riforma è prevista nel corso del 2019.
L’obiettivo perseguito è di prevenire l’eccessiva assunzione di rischi da parte degli operatori, rendere il sistema finanziario più solido, stabilire un terreno di gioco omogeneo.
Le misure che riguardano unicamente gli intermediari finanziari sono sintetizzabili in questi seguenti aspetti:
– introduzione di standard minimi di liquidità;
– definizione del capitale regolamentare con requisiti patrimoniali più elevati. Avere livelli di capitale adeguati e di migliore qualità permette alle banche di fronteggiare le perdite e garantisce migliori opportunità di crescita, nonché il sostegno a famiglie e imprese, anche nei momenti difficili;
– migliore copertura dei rischi di mercato e di controparte;
contenimento del livello di leva finanziaria. È stato stabilito un requisito minimo di capitale (Tier 1) che le banche dovranno detenere rispetto al totale dell’attivo e che consideri tutte le attività di una banca (in bilancio e fuori bilancio) e sia neutrale rispetto alle diverse regole contabili;
misure anticicliche per garantire la pro-ciclicità e la stabilità delle regole. Mentre durante i periodi di crescita economica i livelli di rischio sono bassi e ciò può favorire una crescita del credito aggregato, durante i periodi di crisi i livelli di rischio di insolvenza aumentano. Per mantenere costante il rapporto fra patrimonio e attività al rischio le banche sono costrette a mettere un freno al credito erogato, andando a pesare ancora di più sulla congiuntura negativa.

Rispetto agli accordi precedenti (1998 e 2008), le nuove disposizioni, che si sviluppano in un contesto economico ancora più incerto, aumentano in percentuale il capitale che gli istituti di credito devono accantonare per “sicurezza”.
Le banche dovranno quindi sostenere un incremento dei costi che finirà conseguentemente per ricadere sui loro clienti in termini di aumento delle commissioni e degli spread sui prestiti bancari. Di contro anche le aziende dovranno aspettarsi di essere vagliate con più attenzione di prima quando richiederanno denaro a prestito a un istituto di credito.
Le valutazioni del rating delle imprese saranno sempre più collegate a due decisioni: se e quanto denaro prestare e a quali costi e condizioni farlo.
Il primo accordo era troppo focalizzato su una visione semplificata dell’attività bancaria e della rischiosità delle aziende, poiché l’unica preoccupazione era la stabilità del settore bancario, centro attorno a cui ruotano tutte le economie mondiali.
La logica del nuovo accordo tiene in considerazione il fatto che le banche non possano assumere rischi eccessivi e debbano meglio tutelarsi dai rischi assunti con maggiori azioni di mitigazione. Il nuovo rapporto deve fondarsi su reciproca fiducia, con informazioni reali, da aggiornarsi continuamente, sempre più collegate all’effettiva capacità di produrre reddito e ricavi per lo sviluppo aziendale futuro e non unicamente per i soli obiettivi a breve termine.
Il sistema economico italiano, in particolare, ha bisogno di una maggiore intersezione e trasversalità tra banche, imprese e risparmiatori per aumentare le potenzialità.
Anche le imprese di contro dovrebbero avere comportamenti simili alle banche cercando di definire propri parametri di sicurezza che le rendano più solide di fronte agli imprevisti o alle crisi sistemiche.
Banca d’Italia ha lanciato un documento di consultazione riguardo al phase-in del “Capital Conservation Buffer (CCB)” in modo tale da allineare la normativa a quella degli altri paesi UE. Qualora fosse implementata, il CCB sarebbe introdotto gradualmente a 125bps nel 2017, 187,5 bps nel 2018 e 250bps nel
2019 aumentando pertanto il margine rispetto ai MDA per il 2017 di 125bps.

Estratto dal Glossario: “Parole di Economia e Finanza” © Global Thinking Foundation 2016

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