La difficile relazione tra le donne e il denaro

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27 September 2017 NEWSLETTER

Claudia Segre

Son diversi gli aspetti nei quali la relazione tra le donne e la finanza si sviluppa e così l’emancipazione femminile prima e l’ingresso nel mondo del lavoro poi hanno offerto alla donna la possibilità di uscire da certi stereotipi, che erano però il fondamento di una gestione del budget famigliare oculata ed efficiente. Infatti sino al deflagrare della seconda guerra mondiale la donna era il centro economico e finanziario più efficiente possibile, una governance e un senso dell’etica nell’economia familiare annotata sui “libri di casa”, sulle agende, sulle buste sempre attenta a far quadrare i conti di casa.

Poi e’ arrivato il momento di mettersi in gioco per sostenere lo sviluppo del paese dopo il conflitto: con l’accesso al voto, alle Università e al mondo del lavoro nei suoi aspetti più vari e vasti le donne hanno cambiato il volto del Belpaese. Ma è uno scenario quello attuale fatto ancora di luci ed ombre e nel quale la nostra Fondazione Global Thinking Foundation cerca di dare il suo contributo sul filone della formazione e della diffusione dell’educazione finanziaria, per fare la differenza o per aiutare istanze di inclusione sociale che devono diventare imprescindibili per la società civile.

Vediamo quindi di seguito le casistiche che hanno evidenti impatti socio economici.

CARRIERA IN FINANZA. Se in molti settori come in magistratura, notariato, sanità, scuole ormai la presenza femminile e l’affrancamento salariale hanno ridotto notevolmente il differenziale di genere, in finanza questi divari ancora resistono imperterriti. E la recente crisi bancaria che ha colpito duramente il settore del credito ha provocato migliaia di perdite di posti di lavoro da un lato e perdite per migliaia di risparmiatori dall’altro.
Per le donne che lavorano in finanza, gli stipendi così come i bonus e i premi “di produzione” in Italia non sono mai stati lontanamente paragonabili con quelli delle banche estere, soprattutto anglosassoni, e da qui sino a pochi anni fa la migrazione a Londra di molti “talenti”. Certe cifre son sempre state destinate ai manager di alto livello, che al 95% erano uomini, fino all’epoca della crisi globale.
Poi, come in tutte le guerre, le inevitabili perdite di risorse hanno lasciato maggiore spazio alle donne, che nella finanza italiana hanno iniziato ad occupare ruoli commisurati alla preparazione e all’esperienza professionale, anche se il retaggio di una certa mentalità che non vedeva di buon occhio le donne “in dolce attesa” in ruoli operativi è stato duro a morire.

In quest’era post crisi globale non vedo però molti spazi né opportunità per le nuove leve femminili, o meglio manca la volontà di accettare un maggiore equilibrio nell’accesso alla carriera in finanza.
Occorre constatare che i recenti casi che connotano il mondo bancario italiano sono forieri di pessimi esempi di un mondo della finanza bancaria legato a generazioni e a modalità di business in cui la discontinuità creata da una presenza femminile avrebbe sicuramente mitigato gli effetti nefasti per le future generazioni.

ISOLAMENTO ECONOMICO. Poi ci sono le donne che subiscono isolamento economico e quindi violenza economica. Un fenomeno questo che rientra nella violenza domestica decisamente più subdolo e difficile da far emergere se non quando è troppo tardi perché diventa impedimento alla richiesta di aiuto per le donne in difficoltà. Troppo spesso le donne vengono private dei mezzi economici per non permettere loro di affrancarsi da uno stretto controllo dell’uomo anche quando si tratta di professioniste, donne che svolgono quindi attività professionali e che quando il rapporto non pone problemi sono più accondiscendenti nell’accettare il limitato accesso alle informazioni ed alle risorse economiche e finanziarie di famiglia.
L’occultamento dei mezzi finanziari passa da una normalità quasi ordinaria ove, come frutto di una cultura patriarcale, è l’uomo a gestire i conti correnti con firma congiunta: i pagamenti ordinari di bollette e affitti sono gestiti interamente dal partner di sesso maschile. Da qui si passa nei casi estremi a livelli cosiddetti di violenza economica limitante per cui le donne hanno accesso solo a piccole somme per gestirsi, e poi controllante o addirittura delinquenziale quando si arriva a far firmare documenti come prestanome, assegni scoperti o peggio nel caso di imprese familiari.

Da questi esempi sembrerebbe tutto a sfavore della donna ma se si vanno a guardare con attenzione le indagini che fotografano la capacità di dare esito corretto a domande di economia e finanza di base per Standard& Poor’s & Gallup su 148 Paesi nel 2015 la differenza di genere si pone al 7%, mentre negli USA al 10%, ed in Italia al 15%. Mentre per Allianz sulla percezione del rischio e sul valore della diversificazione il gap sale addirittura al 35%.

Questi risultati deludenti per il genere femminile nel nostro Paese non sono certo frutto di una mancanza di capacità intellettiva quanto di un’attitudine ad un maggiore senso etico e concreto della donna che, di fronte ad una domanda di cui non conosce appieno la risposta, preferisce farsi da parte piuttosto che sparare una risposta qualsiasi o facendo un bluff o mentendo.

Un problema di autostima quindi che arriva a condizionare le scelte economiche ma anche a cogliere le opportunità di carriera o a farsi valere sulle richieste salariali quando il divario è chiaramente discriminante. Ma è anche consapevolezza dei propri limiti e mancanza di coraggio, un grido di aiuto che non deve passare inascoltato e che la società deve fare suo per non arrivare poi al degenerare di situazioni che vedono le donne sempre di più isolarsi nella società, fino a diventare talvolta vittime di una catena di violenze tristemente attuali.
Un fenomeno che come si sa rappresenta la prima causa di morte per le donne tra i 18 e 44 anni, ove per gli uomini della stessa età è l’incidente stradale la causa paragonabile. In parole povere il femminicidio uccide più delle malattie e degli incidenti stradali, con un costo sociale abnorme che già nel 2013 superava i 17 miliardi di euro.

Le critiche sulla mancata erogazione degli stanziamenti relativi la Legge 119/2013 sul femminicidio che si sono accumulate negli anni hanno penalizzato l’azione di molti centri anti violenza e case rifugio e speriamo che la riflessione porti più voci della società civile a dare un fattivo contributo ad un aspetto della vita sociale del Paese nel rispetto della Convenzione di Istanbul – vincolante per il nostro Paese – che ribadisce la priorità di intervenire in prevenzione e sensibilizzazione per un reale cambiamento.

Claudia Segre