Intervista a Nina Gardner

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27 September 2017 NEWSLETTER

Daniel Di Segni

Nina Luzzatto Gardner è la fondatrice e direttrice di Strategy International, una società di consulenza specializzata in Corporate Social Responsibility e sostenibilità. Lavora con i dipartimenti di Sostenibilità, CSR, Investor Relations e Legale sui temi di sostenibilità globale per migliorare le metriche interne di ESG (Environmental, Social and Governance) orientandosi verso la comunità d’investitori sostenibili e responsabili. Tra i suoi principali clienti hanno figurato ENEL, Pfizer, STET, Aspen Institute Italia e OCSE.
Prima di occuparsi di responsabilità sociale, Gardner è stata avvocato a Washington DC presso lo studio legale Jones, Day Reavis & Pogue e a Praga presso Squire, Sanders & Dempsey. Ha poi partecipato alla missione di peacekeeping dell’ONU a Zagabria subito dopo la guerra nei Balcani nel 1996 come funzionario politico seguendo anche i diritti umani.

La Prof.ssa Gardner è inoltre un’attivista nella questione della diversità di genere, tant’è che ha fondato tre associazioni professionali femminili in Europa (Forum Zen a Praga, Donne Italiane Rete Estera (DIRE) a Parigi, e Corrente Rosa a Roma) ed ha aiutato a lanciare il programma dell’OCSE sull’imprenditoria femminile in Nord Africa e Medio Oriente. È membro del comitato consultivo del Women’s Forum for the Economy & Society e della Harvard Coalition for Responsible Investment, ed è laureata sia alla Harvard University, Radcliffe College, che alla Columbia Law School. Nina Gardner è membro dell’ordine degli avvocati di NY e del Council on Foreign Relations. Dal 2008 impartisce un corso intitolato “Corporate Sustainability, Business & Human Rights” all’American University – Washington College of Law e dal 2012 è professoressa associata presso la Johns Hopkins, School of Advanced International Studies. Parla correntemente diverse lingue quali l’inglese, l’italiano, il francese, lo spagnolo, il portoghese e ha una competenza base nella lingua russa e ceca.

• Perché è così importante che nella visione strategica d’impresa siano prese in considerazione le implicazioni di natura etica e sociale? In che modo bisogna operare in azienda per rispettare i principî di Corporate Social Responsability e qual è l’influenza economica che ciò potrebbe avere sui risultati d’impresa?
Io credo che le aziende stiano cominciando a comprendere a fondo le implicazioni di natura etica e sociale. Queste hanno bisogno di essere affrontate seriamente e, infatti, dovrebbero essere integrate nel DNA delle procedure operative di un’azienda. Ci troviamo attualmente in un mondo caratterizzato da una crescente trasparenza e da un rapidissimo scambio di informazioni dove gli impatti delle aziende sui diritti umani o le istanze della comunità possono spargersi tra gli stakeholder (inclusi ONG e gli investitori) in pochi secondi. Siamo anche in un mondo in cui vi è una crescente base di consumatori sempre più consapevole per ciò che concerne le questioni ambientali e dei diritti umani, che si aspetta un comportamento responsabile da parte delle aziende e cerca i prodotti delle aziende che stanno provando a fare la differenza. La cosiddetta Millennial Generation sta già ricoprendo questa carica e tanti altri stanno cominciando a prendere la stessa strada.
Credo che dieci anni fa nessun consumatore fosse particolarmente interessato alla catena di approvvigionamento di un suo brand preferito, mentre questo è cambiato, col risultato che esiste ora una aspettativa di comportamento etico che viene convogliata dagli investitori, così che oramai anche le aziende stanno gradualmente estendendo la loro responsabilità per i problemi di manodopera e ambientali anche sui loro fornitori. È inoltre previsto che vengano create nelle aziende appropriate procedure di due diligence e meccanismi di reclamo per assicurarsi che queste questioni siano affrontate. Le aziende che sono aperte a queste sfide ambientali e che mostrano di affrontarle guadagnano credibilità con i loro consumatori e investitori. L’idea sarebbe di evitare il più possibile questo genere di rischi. Se un’azienda fa un lavoro rigoroso per individuare e affrontare potenziali aree o problematiche etiche e sociali, alla fine verrà ricompensata dagli investitori poiché rimane una minore possibilità di sorprese spiacevoli ed inaspettate. Le aziende che attuano queste procedure sono classificate in una posizione migliore nei vari ranking internazionali sulla sostenibilità e sui diritti umani, sono inoltre ammesse a far parte delle sustainable stock exchanges e diventano sempre più interessanti per quel crescente pubblico di investitori responsabili e attenti alla sostenibilità.

• L’attenzione nei confronti dei diritti umani e delle sfide ambientali è sempre maggiore ed è in continua crescita. È cambiato qualcosa nell’atteggiamento delle aziende Americane? C’è stato spazio per trasformare questi temi in opportunità produttive e quindi redditizie? E qual è il ruolo che dovrebbero ricoprire il settore pubblico, il settore privato e la società civile in questo ambito?
Io credo che le aziende e i consumatori (così come gli investitori) si siano concentrati negli ultimi decenni sui temi della sostenibilità ambientale. Alcune aziende hanno reso così il loro marchio più attraente, tra queste citerei Timberland e Ben & Jerry’s, la famosa marca di gelati. Ha preso rilevanza in questi ultimi anni un nuovo fattore, quello relativo alle questioni dei diritti umani. Penso che la tragedia di Rana Plaza in Bangladesh, nella quale oltre 1100 operai in una fabbrica morirono a causa delle condizioni di lavoro pericolose, sia stato uno spartiacque sia per gli Stati Uniti che per l’Europa per quanto riguarda l’industria dell’abbigliamento. All’improvviso la gente ha cominciato a pensare di più su dove e in quali condizioni di lavoro fossero confezionati i loro vestiti. Si è scatenata così una discussione generale sull’importanza della responsabilità sociale e della supervisione del governo, che in quel caso fu alquanto scarsa. Nel mondo della tecnologia la Apple è stata sottoposta ad un severo scrutinio nei media quando si è scoperto che la fabbrica di Foxconn, dove viene prodotta la maggior parte degli iPad e iPhone (a Chengdu, in Cina), metteva delle reti anti suicidio per prevenire il numero elevato di tentativi (diciotto morti in due anni) che si verificavano nella fabbrica. Entrambi questi episodi sono stati un campanello d’allarme per consumatori e investitori.

A mio parere, le aziende che hanno messo in atto una due diligence e meccanismi di reclamo nella propria fabbrica e che hanno un forte contributo da parte dei lavoratori (anche attraverso i sindacati), finiscono per ridurre il rischio che qualcosa di imbarazzante possa verificarsi e possa compromettere la reputazione del proprio marchio.
Le aziende che sono state in grado di mostrare questo “nuovo” modo di lavorare sono state premiate dai consumatori e dagli investitori (il miglior esempio a riguardo è la Unilever). Anche i cosiddetti marchi non rivolti al consumatore (per esempio quelli delle aziende che forniscono servizi e prodotti per altre aziende), che sono più difficili da boicottare, fanno comunque generalmente parte di una grande catena di approvvigionamento e potrebbe essere richiesto loro di mostrare quanto siano stati effettivamente capaci di integrare i principî sui diritti umani all’interno della catena stessa.

Anche i Governi hanno una grande responsabilità in primo luogo perché hanno comunque la responsabilità della tutela dei cittadini. Ne discende che possono rendere obbligatoria per le aziende (come già avviene in Francia da pochi mesi) la pubblicazione di rapporti con le valutazioni d’impatto della loro attività sull’ambiente e sui diritti umani, come requisito generale. Naturalmente, sui Governi incombe comunque la responsabilità di esercitare un’attenta supervisione, cominciando dalle aziende partecipanti alle gare e appalti pubblici.
Chiaramente, questo è un onere finanziario e burocratico aggiunto alle imprese e ai governi, ma ne vale la pena, in quanto tali valutazioni spesso identificano sfide che potrebbero non essere state prese in considerazione durante la fase di pianificazione e possono aiutare a evitare ulteriori costi del progetto che potrebbero verificarsi in un secondo tempo.
E, infine, la società civile è quella che ha uno dei ruoli più importanti da svolgere poiché è lei a fare da guardiano diretto, e solitamente si trova più vicina alle comunità colpite. I suoi membri sono quelli che identificano i problemi nascosti nei progetti proposti, prima che le aziende o i governi siano addirittura consapevoli che questi problemi esistano. I loro interventi diffusi tramite la stampa o i social media di solito ricevono la dovuta attenzione quanto meno da parte delle aziende più disponibili.

• Pensa che la nuova generazione di Millennials, rispetto alla generazione dei Baby Boomer, sia più consapevole dell’importanza che assumono questi i fattori sociali?
In quanto insegnante della Millenial Generation negli ultimi 10 anni, di cui gli ultimi 5 alla Johns Hopkins (SAIS) a Washington, dove ho curato un master specializzato in studi internazionali avanzati, credo fermamente che questa generazione, rispetto a quella precedente, sia più consapevole di quanto sia importante l’attenzione alle tematiche sociali nelle scelte dei consumatori e degli investitori.
Questa generazione è diversa, grazie alla sua maggiore ricerca di trasparenza, e chiaramente grazie anche all’influenza dei social media. Un recente sondaggio tra i Millenials, condotto dalla Morgan Stanley, ha dimostrato che l’86% degli investitori di questa generazione affermano di essere interessati all’investimento sostenibile (che prende in considerazione le questioni ambientali e sociali), di cui il 38% si considera “molto interessato”.
Questo è un aumento importante rispetto al passato. Per inciso, ho notato che in generale le donne si preoccupano molto di più dei problemi etici, umani e ambientali che non gli uomini. Sarà perché forse sono geneticamente programmate a pensare alle generazioni future?

• Ultimamente si sta sentendo sempre di più parlare dei green bond, strumenti di debito che raccolgono liquidità da investire in progetti rivolti al sociale. Secondo lei, che spazio possono ricoprire questo tipo di obbligazioni nel nostro Paese sia dal punto di vista sociale che rispetto alle esigenze di finanziamento dell’ingente debito pubblico?
È vero che i risparmiatori italiani hanno la fama di essere tradizionalisti, da un lato investendo nell’edilizia piuttosto che nell’impresa e dall’altro per la loro preferenza a finanziare le loro imprese principalmente attraverso il debito bancario che con gli strumenti del mercato finanziario.
Ma se anche questo fosse vero, ciò segnalerebbe un’opportunità di crescita per questi ultimi, comprese appunto le obbligazioni; per gli investitori che si preoccupano della sostenibilità, i “green bonds” potrebbero proprio essere una risposta (dando enfasi a “green” piuttosto che a “bonds”); e il loro status di esenzione fiscale li rende un’interessante opportunità di investimento, un ottimo incentivo monetario per rafforzare il movimento per affrontare i principali problemi della collettività, tra cui il cambiamento climatico.
C’è un altro aspetto. Nel futuro, dobbiamo aspettarci un’importanza sempre crescente del risparmio diretto al finanziamento del sistema pensionistico, e questo è gestito di regola da “asset manager” specializzati all’interno di sistemi aziendali o gestiti da istituti finanziari nell’interesse dei loro sottoscrittori. L’elemento “controllo del rischio” è particolarmente importante in questo contesto, trattandosi di redditi futuri al termine dell’attività lavorativa, nell’interesse dei pensionati, una categoria ovviamente vulnerabile. Il controllo del rischio umano, ambientale e sociale, è quindi un fattore di particolare peso.

• Per ciò che concerne l’attenzione sul sociale e i diritti umani, diverse analisi hanno fatto emergere che ancora oggi molte donne non hanno accesso alle risorse finanziarie e alla loro gestione non potendo avere quindi un’autonomia economica. Qual è il suo pensiero e la sua opinione riguardo alla situazione delle donne in Europa e in Italia e qual è, secondo la sua esperienza, il modo migliore per combattere il fenomeno di “violenza economica” che spesso è il primo campanello d’allarme di storie di maltrattamenti?
La questione per la quale le donne hanno meno accesso al capitale a livello mondiale è un fenomeno su cui l’IFC ha svolto tante ricerche a riguardo. Gran parte di questo ha a che fare con regole culturali e giuridiche, che in molti paesi rendono difficile per le donne ottenere un prestito bancario e cominciare un business. Un’altra questione che non ha attirato abbastanza attenzione è l’educazione finanziaria, un fattore particolarmente serio in questo mondo sempre più “economico” in cui viviamo con sempre meno reti di sicurezza. Le statistiche OCSE raccolte nel più recente studio PISA mostrano che le donne italiane, quando si tratta di questo argomento, hanno un livello molto basso di informazione, e ciò le rende ancora più vulnerabili alla violenza economica che lei menziona nella sua domanda. Chiaramente il modo per combattere questo fenomeno è l’istruzione, l’istruzione e ancora l’istruzione; l’educazione deve essere multidisciplinare e obbligatoria fin dai primi anni. Occorre pensare ad un accesso facilitato alle donne e alle comunità emarginate, affinché possano integrarsi meglio nella società e contribuire adeguatamente alle decisioni finanziarie a lungo termine del gruppo familiare in materia di scolarizzazione, assicurazione e pianificazione finanziaria, e comprenderne in generale i rischi connessi. Una decisione sbagliata, fondata sull’ignoranza o sulla carenza di informazione, potrebbe essere devastante per le interessate e per le loro famiglie.
Tuttavia, per concludere con una nota positiva, ritengo che, poiché sempre più donne assumono la responsabilità delle loro finanze, queste inizieranno ad essere più consapevoli dei rischi, compresi quelli ambientali e sociali, ma anche del potenziale sociale positivo verso la comunità (il cosiddetto impact investing). Penso che rappresenteranno una proporzione sempre maggiore nel movimento dell’investimento sostenibile e sociale. Il che, naturalmente, mi sembra una buona cosa!

Daniel Di Segni