Articolo di Aurora Quarticelli, Project Manager Comunicazione, Eventi & Social Media Management
Oggigiorno l’influencer non è più un semplice creator commerciale: il suo ruolo non riguarda solo il marketing con la sponsorizzazione di prodotti e consigli su quali prodotti acquistare. Gli utenti, infatti, utilizzano i social anche per informarsi su temi che li toccano da vicino, questioni sociali e argomenti di interesse collettivo. L’influencer, in questo contesto, viene visto sempre di più come una voce capace di fare la differenza.
Questo nuovo ruolo comporta una responsabilità importante, che nasce dalla fiducia che si riesce a costruire con il proprio pubblico. Ed è proprio questa fiducia che rende i contenuti capaci di orientare opinioni comportamenti e scelte.
Anche le piattaforme si sono evolute in veri e propri spazi dove ci si può confrontare e condividere idee. In questo contesto gli algoritmi incidono sulla visibilità dei contenuti: alcuni vengono messi in evidenza, altri restano quasi invisibili. Non è importante solo cosa si dice, ma anche come il messaggio riesce a coinvolgere gli utenti.
Un esempio emblematico è quello di Khaby Lame, diventato uno dei creator più seguiti al mondo grazie a video estremamente semplici e immediati, senza parlare. Il suo successo mostra quanto la capacità di catturare rapidamente l’attenzione incida sulla diffusione dei contenuti. A emergere quindi non sono necessariamente i contenuti complessi o approfonditi, ma quelli che riescono a coinvolgere il pubblico in modo diretto e immediato.
Naturalmente esistono anche dei rischi. Non tutti gli influencer possiedono competenze specifiche sui temi che trattano e questo può portare alla diffusione di informazioni errate.
È quindi fondamentale sviluppare un pensiero critico, saper distinguere i contenuti sponsorizzati e riconoscere le fonti affidabili.
I social, ad esempio, sono sempre più popolati dai cosiddetti “guru dell’economia”: creator che, mostrando lusso e stili di vita apparentemente irraggiungibili, promettono, alle persone intenzionate ad acquistare i loro costosi corsi, guadagni facili e veloci, spesso legati al trading o agli investimenti ad alto rischio. Nella maggior parte dei casi, però, queste promesse si rivelano infondate e legate a modelli poco trasparenti che prevedono sistemi piramidali in cui a trarre vantaggio è quasi solo chi vende.
Per questo diventa essenziale saper riconoscere le fonti autorevoli, come i veri esperti di finanza, e distinguere chi sfrutta la visibilità per fini commerciali.
Diverso è il caso di chi, partendo da una formazione specifica, utilizza i social per fare divulgazione: professionisti, come medici o avvocati, che fanno delle piattaforme strumenti importanti per rendere accessibili temi complessi e contribuiscono a una maggiore consapevolezza collettiva.
In quest’ottica, è naturale chiedersi se non servano linee guida etiche per i creator, regole più chiare o forme di collaborazione tra influencer e istituzioni.
In un mondo dove anche i più giovani navigano quotidianamente sui social, la responsabilità non è più opzionale: fa parte integrante del lavoro di chi crea contenuti.
Alcuni Paesi hanno già iniziato a interrogarsi su questo tema. In Francia, ad esempio, sono state introdotte misure per regolamentare l’attività degli influencer, con l’obiettivo di aumentare la trasparenza e contrastare contenuti potenzialmente ingannevoli. Tra queste il Certificat de l’Influence Responsable, spesso definito come un di “patentino” per influencer: un percorso di formazione per i creator sulle regole etiche e legali della comunicazione commerciale e sulle responsabilità legate alla propria attività online.
Chi comunica a milioni di persone dovrebbe essere maggiormente consapevole dell’impatto che i propri contenuti possono avere, soprattutto quando si affrontano temi delicati o si promuovono prodotti e servizi.