“Senza indipendenza economica non ti salvi”

Intervista a Cinzia Macchi, fondatrice del marchio La Milanesa

di Angela Tovazzi, giornalista freelance

«Se non hai un minimo di autonomia finanziaria, dipendi sempre da qualcuno. E se vuoi andartene questa sudditanza ti incatena». Cinzia Macchi, fondatrice del marchio di borse artigianali La Milanesa e artefice di progetti che coniugano imprenditoria e inclusione sociale, lo ha provato sulla propria pelle. La sua è una storia segnata da malattia, isolamento, paura dell’abbandono, sofferenza fisica e violenza psicologica, ma anche è una testimonianza di resistenza e riscatto che oggi mette al servizio delle donne in difficoltà.

Ha 36 anni e un lavoro nella formazione PNL (programmazione neuro-linguistica) che la porta in lungo e in largo in Italia e all’estero quando le viene diagnosticata la sindrome di Wolff-Parkinson-White, un’anomalia congenita del sistema di conduzione elettrica del cuore che la costringe a numerosi interventi. L’ultimo è quello che la segna a vita: prima un’ischemia, poi una paresi distale le bloccano la parte destra del corpo. La mobilità è compromessa, così come la parola. Comincia la riabilitazione, ma intanto le relazioni si allentano: spariscono gli amici e anche quello che era suo marito la “restituisce” alla famiglia d’origine, rifacendosi vivo per riprenderla in casa solo quando dalla sedia a rotelle passa alle stampelle.

«È però da quel momento – racconta Cinzia Macchi – che inizia il vero calvario, fatto di abusi e violenze. Io ero fragile, non potevo lavorare, dipendevo totalmente da lui, che per me provava solo compassione, degenerata presto in disprezzo». Man mano che aumentavano le umiliazioni e i maltrattamenti, diminuivano la forza per reagire e l’autostima: «Mi faceva pesare tutto e io finivo sempre per colpevolizzarmi, fino a che le mie condizioni fisiche non mi hanno permesso di andarmene, ma senza casa e senza reddito».

Cinzia ricomincia dal basso, lavora in un bar alzandosi alle 5 del mattino, pezzettino dopo pezzettino prova a ricucire i brandelli della sua autonomia. La svolta arriva quando conosce il suo attuale compagno e si apre, pur con fatica, a una nuova relazione, «fondata sul rispetto». Con il suo aiuto torna a guardare avanti e a immaginare un futuro diverso, anche lavorativo. Che prende corpo poco prima della pandemia, quando si imbatte in un oggetto simbolico, una coperta colorata fatta a uncinetto, come quelle che usava sua nonna. Da lì l’illuminazione di trasformarla in una borsa, esposta successivamente nel negozio di un’amica in occasione del Salone del Mobile. L’idea di riciclo piace, arrivano le prime richieste. L’intuizione si trasforma in progetto strutturato e poi in impresa solidale. Con il sostegno e la collaborazione di IntesaSanPaolo, Fondazione San Carlo e Caritas nasce un laboratorio per la creazione delle borse che accoglie alcune donne provenienti da case famiglie e reduci da storie di violenza per renderle economicamente indipendenti.

Oggi La Milanesa è presente in oltre 350 negozi e department store internazionali, ma resta fedele alla vocazione sociale dell’inizio, collaborando con numerose associazioni, come Fare x Bene Ets, che sostiene le donne vittima di violenza, e Children of Peace, che recentemente in Uganda ha costruito un ospedale per bambini sieropositivi, figli di donne maltrattate e abusate.

Ridare dignità e indipendenza a donne fragili resta la sua priorità: «I soldi non assicurano la felicità ma se non li hai – conclude Cinzia Macchi – non sei libera. Oggi che mi sento libera, anche se porto ancora le cicatrici del passato, voglio usarli per aiutare chi è stata meno fortunata di me».

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